
[For the English translation scroll down to the bottom of the page]
Riccardo Simone Berdini: eclettico artista italiano, autore, vincitore del Premio Nazionale Sandro Massimini nel 2009 e sincero amante del musical theatre che vanta un curriculum di tutto rispetto. Tra gli spettacoli da lui interpretati ricordiamo HAPPY DAYS, GREASE, LES MISERABLES, PINOCCHIO, BEGGAR’S HOLIDAY, 80 VOGLIA DI ’80 ma anche MUSICAL JOURNEY e MUSICAL STARTS. Ho avuto modo di incontrarlo a Reggio Calabria (RC), ultima tappa del tour di Happy Days, prodotto dalla Compagnia della Rancia, e insieme abbiamo sviscerato le problematiche più rilevanti del mondo del musical, genere che in Italia si sta facendo strada grazie a personalità che, come Riccardo, credono fermamente in quello che fanno e mettono anima e corpo nel fare ciò in cui credono!
D: Oggi Fonzie e domani Danny Zucko…
R: E ieri Jean Valjean! E quello è stato il trauma: passare da Jean Valjean a Danny Zucko!
D: Cosa si prova nel vestire i panni di questi due “idoli” senza tempo?
R: [ride, ndr.] Beh, cosa si prova… In realtà non mi soffermo a pensare a cosa si prova. Anche perché non credo che il mondo del musical in Italia abbia una rilevanza tale da poterti permettere di sentire di fare qualcosa di molto speciale. Mi spiego: facciamo un lavoro bellissimo che purtroppo in Italia non è ancora molto considerato! Sento di fare una cosa bella, mi sento fortunato a farla ma non mi sento uno che interpreta l’idolo delle masse, questo no. Però la cosa bella è che per Fonzie ho conosciuto Harry Winkler, ho parlato direttamente con lui via email parecchie volte… e ci salutiamo tuttora! Mentre per Danny Zucko ho sentito John Travolta… no, non è vero! [ride ndr.]
C’è da dire, comunque, che è stato molto più difficile impersonare Fonzie. Danny è un ragazzo esuberante, ma non ha una connotazione fisica o caratteriale ben precisa e, nonostante il film con John Travolta, è stato interpretato mille volte a teatro. Fonzie no: c’è LUI è basta! Danny Zucko rimane un’icona, ma Fonzie È lui (Harry Winkler). Quindi è stata dura perché mi son dovuto relazionare con un mostro sacro della storia della TV e del cinema americano. Mentre in Grease ho già avuto molti predecessori nonché amici: Giampiero Ingrassia, Mirko Ranù, Filippo Strocchi…
D: Anche perché in questo caso nasce prima il musical del film, mentre per Happy Days è il contrario: la serie è insediata nell’immaginario collettivo ormai da quasi mezzo secolo…
R: Esatto! Comunque, ti posso dire una cosa? La risposta principale: E’ FICO!

D: Dopotutto i rispettivi Happy Days e GREASE sono due fenomeni generazionali. Cosa pensi ci sia alla base del loro successo? Qual è l'elemento che, secondo te, li ha resi degli evergreen?
R: Gli anni ’50. Hanno un fascino irresistibile, specie in questo momento di crisi economica. Erano un momento di fioritura, di sviluppo economico ma anche artistico e tecnologico… era un clima sereno, proprio perché si usciva dalla guerra. E poi, in America c’era un benessere pazzesco, tanta ingenuità, tanta fiducia reciproca, tanta semplicità… è una cosa che affascina ancora. Per non parlare del rock’n’roll: un nuovo genere musicale, una nuova cultura, una nuova moda: iniziavano a vedersi le prime minigonne, iniziava la pop-art, iniziava la televisione, iniziava TUTTO: era l’inizio della società moderna!